martedì 10 novembre 2009

Pranzo


Fammi mezza porzione aglio e olio e peperoncino. “E per secondo?” Appena finisco t’u dico. Mi piace la pasta aglio e olio e peperoncino. E’ netta. I sapori hanno una riconoscibilità tale che la difficoltà di preparazione sta nell’equilibrio dell’insieme. Il giallo dell’olio intriso di aglio, che senza il piatto sarebbe triste, un luglio senza sole. Il rosso d’u peperoncino che s’ammùccia mentre il verde d’u prezzemolo compare unnegghiè. E poi: il bianco d’u caciocavallo, che dà risalto e profondità al volume del gusto, ‘u caciocavallo che dall’alto scende delicato sul piatto come mano di padre sulla testa del figlio ma piaaano ca ‘u piccirìddu s’addurmiscìu ora ora, shhhh! asennò s’arruspìgghia, mentre la sua mano di padre e lavoratore non è mai stata accussì gentile e tranquilla come ora che accarezza la testa di suo figlio piccirìddu, sogni d’oro gioia mia, dormi con gli angeluzzi, ciao. “Te ccà ‘a pasta” Portami ‘u caciocavallo, Ciccio, per cortesia. “E te ccà puru ‘u cascavallu” Mano sinistra sul cucchiaio, caciocavallo a tempesta sul piatto, forchetta a firriàre tra gli spaghetti, bocca chiusa a masticare, birra Forst agghiacciàta nel bicchiere, minchia che bella la vita a volte. Due scippi in mattinata nel centro storico, uno in serata a Mondello. ‘U telegiornale. C’hàv’a essere ‘a televisione addumàta nell’àutra stanza. Eccheccazzo, non si può manciàre c’a televisione addumàta. Ci sono piaceri, e ‘u manciàre è tra chìsti, che sono muti e hànn’a essere goduti in silenzio. Estorsione e richiesta di pizzo, continua a notiziare la televisione, ma a me ora di sentire a te, televisione bastarda, a mmìa ‘un me ne può fottere di meno, non ce la puoi fare a sconzàrmi il prìo d’a pasta aglio e olio e peperoncino, non ora, no, adesso il pomeriggio fuori dalla taverna è molto placido, un sospiro prima del sonno e niente e nessuno mi può sconzàre ‘sta giornata di tedio sospeso e innocuo, eccheminchia Ciccio: spegni sùbbito d’a buttana d’a televisione, sì, fastidio mi dà, spegnila amunì, oooh, deogràzzias, pace, silenzio, ancora un etto abbondante di pasta e birra Forst agghiacciàta nel bicchiere, e che minchia ci vuole, in fondo, per avere un momento di gioia in questo straccio sporco di vita?
Il momento è tanto solenne che potrebbe essere una metafora di… di… di qualche cosa insomma, ma davanti all’ultimo boccone: metafore, elegie, simboli si nni pònno ìre bellamente a fare ‘nto culu. ‘U manciare è poesia già ìddu di suo, e ‘un ci serve altro. ‘U manciàre s’abbàsta. E, infatti, a conseguenza, come dal sassolino smosso e caduto nasce la frana violenta e impetuosa, accussì dal pitìtto accumulato e dalla pace attorno a me nasce che io mangio, e mangio con una lentezza sontuosa e necessaria. Tutto diventa una processione, e che Dio benedica cu ‘nventò ‘a pasta aglio olio e peperoncino.

Il piatto adesso è vuoto. Era il suo destino. Secondo me il piatto è felice quando, dopo che è stato riempito, si ritrova finalmente svuotato, è la primavera agognata che talèèè: scoperte sono i gambe delle femmine, è lo spogliarsi durante la corsa ed attuffàrsi al volo in mare com-ple-ta-men-te nudi, a mezzogiorno, con l’acqua fresca tra gli interstizi felici del mio corpo che nuota e sorride cercando di conquistare quell’orizzonte lontano adesso un po’ più vicino.
Il piatto, denudato di cibo, ride.
L’eleganza si raggiunge sempre tramite sottrazione.
La forchetta che abbàlla tra le mie dita che oscillano mi regala un sorriso. Quando sbatte sul piatto crea un ritmo domenicale e tutto diventa un giorno di fiera e giostre.

Ciccio, per secondo un bollito coi giri e portami un’altra Forst bella agghiacciàta.
La birra Forst. Mi piace la Forst. Assai mi piace. Mi ricorda i piedi di mio zio Alfredo. Era muratore mio zio Alfredo. Giacca marrò e una MS morbida addumàta tra le labbra strette come una feritoia all’alba. Mani sporche di calce, schizzi di cemento tra le rughe delle guance. Le gambe corte e tozze. Un asso di bastoni tatuato sul dorso del piede destro con sotto scritto: vacci liscio. Ai suoi piedi, sempre, una bottiglia di Forst. Sempre là. Sempre Forst. Sempre agghiacciàta. “E’ bella la birra” mi dicevi, zio Alfredo, “ ‘un è che posso travagghiàre senza avere bellezza da bere”, e giù un’altra Forst e poi appena la finivi, per una magia che ma come fai zio?, eccola ddà: n’àutra Forst ai tuoi piedi, tutta nuova e bella agghiacciàta. Ma come faiiii?, ti chiedevo io, zio Alfredo, e tu ridevi, mi prendevi in braccio e io ti mettevo le mie piccole mani tra i tuoi capelli bianchi di neve. Ma che stronzo che sei stato però, zio: non me l’hai mai spiegato come facevi a fare apparire la birra Forst sempre piena e bella agghiacciàta ai tuoi piedi. Un bellissimo trucco era. Davvero. Bellissimo. Mi avrebbe fatto molto comodo. Me lo sarei giocato di certo con le femmine. Mi avrebbe di sicuro aiutato nell’abbòrdo. “A và, zio, dimmìllo: come fai?”, ma tu: niente, ridevi e io che ti tiro i tuoi capelli di neve. Quando poi ci fu la comunione di tuo figlio Vito, mio cugino, io scoprii dal cristallo dei miei undici anni che tu zio Alfredo, tu non avevi i capelli bianchi ma neri. Nerissimi. Il nero più profondo e definitivo. Una rivelazione fu, come scoprire i primi peli sul mio pube. Tu, zio Alfredo, avevi i capelli neri che più neri solo l’abito da lutto della nonna. Gesù, ma se la calce ti rendeva i tuoi nerissimi capelli tutti quanti bianchi bianchissimi di neve, ma che minchia ci dovevi avere dìntra ai polmoni, zio? E infatti, buttana della miseria buttana, all’età di quarantatre anni, te lo ricordi zio Alfredo?, tu muori per una forma di pneumoconiosi, che sarebbe l’accumulo di polveri nei polmoni, lasciando da questa parte del lutto: i quindici anni di tuo figlio Vito, le spalle di Grazia tua moglie, il nero dei tuoi capelli di corvo, un muretto isàto a metà accanto a un campo di calcetto, un pallone di cuoio gonfio sempre lucidato e tenuto sopra il tuo comò e sette birre Forst nel frigo di casa tua, tutte cose che parevano una preghiera alle bellezze della vita e allora riposa in pace zio et nunc et semper et in secula seculorum amen.
Alla tua zio Alfredo, ‘sta Forst bella agghiacciàta è per te, il rutto poderoso che ne consegue per quei sucaminchia che ci vogliono male.
Tracanno ‘u bicchiere tutto d’un fiato, rutto e sono quasi felice adesso che le 15 si avvicinano ed il silenzio di questa quasi fine di novembre non mi sembra fare male.


Il bollito mi arriva con il silenzio che merita rispetto prima ancora che studio. I giri bolliti sono i suoi compagni ideali: umili e tranquilli, non vogliono invadere e sanno aspettare. Ottimi i giri: conoscono il valore del tempo e sanno la dote dell’attesa.
Antìcchia di pepe ‘ncapo, olio in pietra ed eccomi, bollito: fammi tuo, con dolcezza ed in profondità. Moooorbido ma di sostanza. La carne è buona quando i denti ci affondano e ti fiorisce in bocca tutto il piacere del morso. Né più né meno che come nel sesso. Mordere è un’arte, serissima. A metà del lavoro osservo i filacci di carne del bollito sfaldarsi ma piano, fiore di carne che spampina, che noi carne siamo, ed è davvero così poco ciò che ci tiene insieme: un sogno, la disperazione, l’amore, o i loro contrari. Ma tanto è sempre lo stesso campo di battaglia.

Mentre mi sciacquo la bocca coi giri, tràse dìntra la taverna un altro cristiano. Enorme. A occhio, quasi un metroemezzo di spalle per unmetroeottantacinque di muscolazzi. Giacca di pelle con una toppa blu sul braccio destro, un mazzo di chiavi nella mano sinistra. Adesso siamo in tre: io, Ciccio e ìddu. E ìddu dal suo metroeottantacinque di muscolazzi si piazza rinnànzi a mmìa e, nella solitudine vasta ed estesa della taverna vuota, tra tutti i posti disponibili, ìddu di giacca di pelle vestito “c’è permesso?” mi chiede, indicando la sedia dirimpetto alla mia.
Sarà stato il silenzio della mia bocca che masticava i giri, sarà stata la vuotezza del posto dirimpetto a mmìa, sarà stato che placido e sereno è questo pomeriggio, sarà stato il suo metroeottantacinque di muscolazzi. Tutto afferma un sì inequivocabile.
Certo che c’è permesso, s’accomodàsse.
Da seduto, appare ancora più grosso. I muscoli del corpo però sono fermi, come abituati all’assenza di movimento. Ma gli occhi. I suoi occhi sono troppo agili, troppo veloci, troppo in fuga in ogni direzione, troppo in contraddizione con la stasi della sua immane mole. Poi i suoi occhi scorrono sul menù del giorno scritto a penna blu su un foglio a righe bianco. Poi, semplicemente alzando un dito riesce a chiamare Ciccio. ‘Sto cristiano rinnànzi a mmìa è qualcuno che conosce le regole del comando. Poi i miei occhi verdi ascoltano stupefatti e a bocca aperta una ordinazione leggendaria. La sua.

“Portami una bolognese, una alla grassa, una con le zucchine fritte e una aglio e oglio, per secondo mi porti una fetta di carne di cavallo, uno spiedino, un bollito, antìcch’i spezzatino e una frittura di calamari. I primi, scegli tu in che ordine, uno alla volta. I secondi, puru.”
“Gradisce contorno?”
“I giri ci sono?”
“Sì”
“Patate fritte ci sono?”
“Sì”
“Insalata di pomorodo?”
“Sì”
“Tutteetrè”
“Da bere?”
“Vino e azzùsa”
“Quanto?”
“Un litro per volta”
“Pane?”
“ ‘Nca cierto, ha rimanere digiuno?”

‘Un ci fosse stato ‘u dubbio ca poteva parère un pigghiàta p’u culu, e se ìddu ‘un fosse stato puru accussì alto e massiccio, giuro: mi sarei isàto in piedi ed avrei applaudito commosso questa ordinazione fotonica.
Stavo per assistere ad un capolavoro. Sì. Un capolavoro. Ma, come troppo spesso dimentico, la realtà non è mai ciò che appare.

Iddu mància e io non ce la faccio a staccare il mio sguardo da lui.
E’ al secondo piatto, pasta con zucchine fritte, e sta mangiando ma non come se avesse una fame atavica da stroncare. No. Non mangia come se fosse a digiuno da sette vite. No. Iddu non sta mangiando per l’atto del mangiare in sé. No. Il suo è mangiare di disperazione. Il suo è un mangiare contro.
Io ‘u talìo e non ci posso fare niente, lo so che è brutto taliàre uno che non conosci mentre sta manciàndo, a mmìa darebbe un fastidio immenso, ma non ci posso fare davvero niente: i miei occhi sono incastrati su di lui.
I suoi occhi invece rimbalzano dal piatto ai miei occhi al muro alla forchetta ai miei occhi al suo ginocchio al poster del Palermo ai miei occhi al santino di patrepìo al pane ai miei occhi alla mattonella con scritto venezia ai miei occhi all’ingresso ai miei occhi alle sue due mani adesso sul tavolo ai miei due occhi verdi e fermi davanti a lui. E ccà, dìntra il verde dei miei occhi, i suoi occhi si fermano e in silenzio nni taliàmo, io e ìddu, occhi dìntra occhi. Non è buio, non passano motorini, non tira vento.

Poi, con lo stesso stupore con cui cade la prima goccia di pioggia, accade.
E ìddu, mani ora davanti al viso
spalle curve in avanti verso di me
ìddu, occhi fermi dentro i miei
ìddu comincia a piovere.

Esiste sempre un tempo prima del canto in cui ascolti il tuo silenzio interiore.
C’è sempre un attimo che precede il fiorire della paura nelle mani del portiere prima di un calcio di rigore.
C’è sempre un momento prima della pioggia.
Quel momento è appena passato.
Il tipo rinnànzi ai miei due occhi verdi inizia a piovere.

Sono uscito oggi, mi dice. All’una.
Nna strada, fùora, ‘un c’era nùddu… vabbè, hànn’a essere tutti a casa, mi dice.
‘U tempo d’a strada, manco menzòra che arrivo a me casa, tuppulìo e aprono, mi dice.
La tavola era tutta apparàta, tutt’u manciàre sopr’a tovàgghia, e tutta la mia famiglia: me mogghière, i suoi fràti, me sorella Ina, tutti ca stavano manciàndo, mi dice.
Si scordarono che uscivo oggi, mi dice.
‘U capisci: a ‘me famìgghia si scordò ca dopo cincu anni io era oggi ca niscìeva.
Poi, non mi dice più niente ma guarda il piatto di pasta. L’unico aggrappo possìbbile per non naufragare.
Occhi come unghia, i suoi. Disperati.
Il naufragio era ormai iniziato.
Piove, e ìddu non ci può ma per davvero fare niente.


E’ sempre di sospensione il primo sentimento di fronte a un adulto che piange.
E’ il respiro prima dell’urlo.
La corda tesa dell’arco.
Lo sguardo su in cielo che cerca la pioggia.

Poi ìddu si asciuga gli occhi, riprende la forchetta e finisce in silenzio la pasta a zucchine fritte.
Lo lascio con una pasta aglio e olio sul tavolo, il litro di vino e azzùsa ca sta finendo, il pane spezzato dalle sue mani.

Quanto pago Ciccio?, te ccà, senti: portaci una Forst pagata mia al tavolo ma bella agghiacciàta però, mi raccumànnu, ciao Ciccio, nni virìamu, ciao

Esco dalla taverna, è fuori adesso ed è Palermo e non piove mentre tre nuvole se ne stanno tranquille su un mare benedetto e su un motorino che passa due ragazzini cantano una canzone di sentimento.

Davide Enia

1 commento:

  1. Ah, Da Don Ciccio. Lì sì che si mangia bene.

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