lunedì 21 dicembre 2009

Il Pirata di Marettimo

Marettimo si impone per la sua severità: poche superfici praticabili dove si sono ammonticchiate case, splendidamente costruite e colorate, e due piccoli approdi; il resto è montagna seria, tosta, sentieri che si inerpicano e vegetazione. Il ritmo del tempo è scandito dal lavoro dell’uomo, dai venti e dalle correnti marine, dalla ciclicità con cui si va a pescare il tonno (tanto da aver dato luogo alla mattanza, quasi una rappresentazione “teatrale” rituale).
Con tutte queste chiacchere in testa ce ne andiamo a mangiare. Il posto si chiama “Il pirata”. Verrebbe da aggiungere alla nostra intrigante tesi che per sfidare questa ciclica ritualità che segna rotte fisse ci vuole uno scompiglia le mappe: un pirata, per l’appunto.


 Questo posto ha un piatto “leggendario”: la zuppa di aragoste. Ma mica è per tutti. La zuppa di aragoste devi “meritartela”. Perché il pirata non è uno dall’approccio facile. Ha modi un po’ corsari e spicci. Io provo con l’ineffabile binomio “gentilezza-sviolinata”: “signor Pirata, c’è la zuppa?”. Nessuna risposta. L’amico mio mi fulmina con lo sguardo. Lui tenta l’approccio estremo, quello umile e riverente: “dottore, abbiamo saputo della sua squisita zuppa di arag…”. Non riesce nemmeno a finire la frase. Il pirata si gira e se ne va (la zuppa poi inopinatamente ci arriva, ma ce la porta la moglie, il marito andò a pesca).
Marettimano, nel 1971 “il Pirata” emigra in Alaska con uno zio per andare a pescare il salmone, lavora quindi sui pescherecci di mezzo mondo, poi torna in Italia e si mette a fare il venditore. Infine torna a Marettimo ed apre il ristorante.
 
Il pesce la fa da padrone anche perché il Pirata possiede una licenza di pesca e i risultati sono sorprendenti: magnifici i crudi e il polpo, particolarissima la zuppa di vongole alla maniera dei pescatori di San Francisco, perché nella baia di San Francisco ci sono una fucilata di emigrati dalle Egadi. Tantissimi. Quando ddùoco arrifrìdda assai, questi pescatori preparano una zuppa di pesce a base di vongole e latte e la mettono dentro una pagnotta umbra che fu diffusa da quelle parti da frati francescani. Oppure torna il magreb nel Cous Cous. E poi c’è il tonno, sua maestà. Ci sono le seppie ripiene e gli spiedini di pesce, e poi il pescato del giorno semplicemente grigliato. La carta dei vini è un po’ debole con pochi bianchi siciliani. Finita cena, salutiamo e acchianiàmo verso casa.

1 commento: